Un'altra storia scritta da me.
Ispirata da una canzone deglio Oasis, questa storia racchiude dei pezzi della mia vita, dei miei sentimenti, modificati e ambientati in posti diversi.
Enjoy this story!
Stop crying your heart out.
Capitolo 1Il sole stava tramontando all'orizzonte, dietro le montagne, ed il cielo si colorava di splendidi colori caldi. Arancione, giallo, rosa e rosso chiaro. Anche le nuvole per un paio di minuti si coloravano di rosa.
Estate.
Ma una brezza fredda soffiava da nord e mi metteva i brividi.
Stavo seduta sull'erba della collina, a guardare quel meraviglioso momento. Avevo portato la mia fedele macchina fotografica, perchè l'ispirazione era sempre in agguato. Feci una foto. Due. Tre. Tre foto da tenere come ricordo di quell'estate. Come tutti gli altri scatti archiviati nella memoria del mio computer.
La brezza soffiò piano, ancora. Mi passò sulle spalle, delicatamente, e un brivido alla schiena mi fece sussultare. Avevo una sensazione improvvisa di freddo. Volevo un copri spalle, ma non mi andava di tornare a casa per prenderlo. Così resistetti al freddo.
Appoggiai la macchina fotografica per terra. La mia mano abbronzata sfiorò l'erba ancora umida per il temporale della notte prima. Fredda anche quella.
Fine agosto. Un diario pieno di ricordi. Un'estate alle spalle piena di avventure, nuove amicizie e nuovi amori. I tre mesi più belli di tutta la mia vita stavano finendo.
Si, l'estate stava finendo.
Malinconia. Ecco cosa provavo quel momento. Malinconia e amarezza.
Malinconia nel ripensare a tutto ciò che avevo passato. Tutto ciò che avevo ritrovato, e ora con l'arrivo dell'autunno sarebbe andato perso, di nuovo. Ma no, io non volevo. Dovevo continuare a sperare, perchè la speranza è sempre l'ultima a morire. Ma non trovavo niente in cui potessi sperare ancora. Non volevo più continuare. Mi sentivo vuota.
Da qualche anno passavo agosto con le persone più care. Con le mie migliori amiche delle elementari. Con i miei amici che vedevo poche volte all'anno, ma erano i più speciali. Con persone stupende, che mi mettevano sempre il buon umore. E con l'unica persona che volevo davvero, lui. E l'unica persona di cui mi ero veramente innamorata persa, da circa un anno.
L'agosto lo passavo tutto il tempo con loro.
Tra risate dalla mattina alla sera tardi, fino allo sfinimento o al mal di testa. Scherzi, giochi assurdi e avventure nei boschi o nel paesino. Bagni nel fiume e tuffi dal ponte da cui era proibito tuffarsi. E poi fuggire quando arrivava il guardiano a sgridarci. E poi nuove conoscenze. Fughe notturne per trovarsi al parco e parlare sotto il cielo stellato di agosto. Distesi sull'erba a fissare il cielo per ore. E a fare a gara di chi vedeva più stelle cadenti. E urlare quando se ne vedeva una. E poi per tornare a casa ci becchevamo la pioggia, e l'indomani i nostri genitori ci chiedevano perchè i vestiti fossero bagnati.
Quell'agosto era stato veramente caldo. Poche volte ci siamo trovati sotto il diluvio estivo per ritornare a casa, per nostra fortuna.
Ma la sera prima, dopo la cena con tutte quelle persone, tutto finì. Finì troppo male. E così rimpiansi per non aver fatto nulla.
Stavo per mettermi a piangere, li sulla collina. Ma il mio carattere forte me lo impedì.
Non potevo piangere, di nuovo.
Lo diceva anche Liam, nelle mie cuffiette:
''We're all of us stars. We're fading away. Just try not to worry, you'll see them some day. Take what you need and be on your way. And stop crying your heart out..''
Adoravo quella canzone. Era un po' triste però alla fine faceva riflettere e metteva un sorriso.
Mi ricomparve il sorriso rivivendo con la mia mente le scene più buffe e ridicole. Ricordi. Ricordi che non dimenticherò mai. Indelebili nella mia memoria.
E così anche la chitarra suonò le ultime note, mentre il sole scomparve dietro le montagne.
L'estate era finita.
Capitolo 2In preda ad un'attacco d'ira lanciai il mio telefonino verso la parete, che però avendo poca mira e precisione, sbattè contro il comodino e cadde a terra aprendosi e facendo uscire la batteria.
'Tanto è già scassato' pensai, furiosa.
Tre giorni da quell'ultima sera, e non mi aveva ancora scritto. 'Ma che è, tardo?! Capirei se non fosse capace di scrivere al telefono! Ma qual'è il suo problema?!'. Ancora furiosa mi diressi verso il computer acceso, e mi collegai a facebook. Eliminai le notifiche di test idioti, iscrizione a gruppi che non si capiva nemmeno cosa c'era scritto nel titolo poichè usavano un linguaggio che io ignoravo l'esistenza.
'Xk tt qll k cm me amano il solletico' o '6 l'uniko k io vgl'.
Neanche il traduttore di Google capiva cosa c'era scritto. Sempre se c'era 'opzione 'Alieno-Italiano'.
Trovai un gruppo interessante, che mi colpì subito. 'Non hai capito che se non ti cerco io.. E' perchè voglio che tu mi cerca...'.
'Maledetto!' pensai mentre stavo condividendo il gruppo.
Perchè non mi cercava mai? Perchè dovevo scrivergli sempre io? E poi perchè quando ci trovavamo nello stesso posto, alla stessa ora, esattamente a due metri di distanza a stento mi salutava? E perchè si dimostrava così interessato a me, chiedendomi se dopo mi avrebbe vista alla festa, fissandomi negli occhi, osservandomi mentre parlavo o ridevo con le amiche, o sedendosi di fronte a me ed esultando quando avevo fatto goal?
Mah, una cosa ero certa: non lo capivo.
Spensi il computer e mi cambiai velocemente. Jeans, una maglietta blu e le mie scarpe preferite: le all star nere. Erano tutte rovinate poichè le usavo sempre.
Raccolsi il telefonino dal pavimento e dopo averlo risistemato lo accesi. Tanto non mi aveva scritto lo stesso. Cosa mi illudevo, che tirando il cellulare verso in muro lui mi avrebbe scritto? Che patetica che ero.
'Due nuovi messaggi'
Il cuore mi iniziò a battere forte nel petto.
Uno era di una mia amica, che mi aveva invitata quella stessa sera ad una festa a tema in discoteca. 'Che palle' pensai. Mi piaceva andare in discoteca. Mi piaceva un sacco ballare, però non mi andava.
E il secondo era.. di mia cugina.
'Ma cosa mi illudo' e così presi il mio motorino e mi diressi al bar presso il quale lavoravo a pomeriggi alterni da qualche mese, giusto per essere un po' indipendente.
Ero stufa di andare in motorino. Odiavo il fatto di subirmi ogni genere di agenti atmosferici. Pioggia, neve, grandine, sole accecante, freddo insopportabile. Tutti.
L'unica cosa che mi rallegrava era che fra due anni facevo la patente. E così ero al coperto.
Ma neanche farlo a posta, a metà strada il motorino si fermò. Era finita la benzina!
'Ma tutte a me oggi?'
Digitai il numero del gestore del bar per avvertire che sarei arrivata in ritardo.
Cercai per un paio di secondi il telefonino nella borsetta. Si nascondeva sempre sul fondo, sotto tutto quel caos.
'Tuuut, tuuut, tuuut' attesi ancora qualche secondo ed ecco la voce della signora-robot, come la chiamavo io da quando ero piccola, della Vodafone. Era occupato.
Respirai profondamente e cercai di manderene i nervi saldi. Il mese era iniziato a meraviglia, ironicamente parlando.
Ma le sorprese non erano finite li.
Dieci minuti dopo era ancora ferma li, ad aspettare che succedesse un miracolo, tipo che il motorino ripartisse da solo senza la benzina. Intanto passavano macchine su macchine. Qualcuno mi osservava, come per capire che ci facevo li, e poi distoglievano lo sguardo prima di tamponare una vecchietta che voleva passare sulle strisce pedonali.
Ovviamente nessuno la lasciò passare. C'era chi passava dritto, c'era chi la vedeva da lontano ed accellerava per non fermarsi, c'era chi proprio non ci faceva caso.
Era un optional fermarsi prima delle strisce lasciando passare i pedoni.
In Islanda non era così. Li tutti si fermavano appena guardavi le strisce e pensavi di passarci sopra. Non so, a tre metri di distanza da te, loro si fermavano, anche se non volevi passarle. 'Li si che sono educati' pensai. Mi venne in mente un'episodio, proprio della mia permanenza in Islanda. Una mattina volevo passare le strisce, ma la strada era trafficata. Mio padre mi disse di buttarmi in mezzo tranquillamente, tanto tutti si sarebbero fermati. Io pensavo che stesse scherzando. Ma lui lo fece. E come se qualcuno avesse estratto una bacchetta magica ed avesse fermato il tempo, il traffico improvvisamente si fermò, e ci lasciò passare sulle strisce.
Subito dopo la mia mente collegò ad una sera del mio viaggio studio a Londra. Mi trovavo sotto il diluvio, le mie amiche erano già corse alla fermata, prime di me senza nemmeno aspettarmi. Io ero rimasta bloccata da un semaforo che si era colorato subito di rosso. Il seguente pure. Ero senza ombrello e senza giacca. Indossavo solo una canottiera rosa, e dei pantaloncini corti. Faceva caldo quel giorno, ma la sera un venticello rinfrescava l'aria calda della citttà. Avevo freddo. Le gocce di pioggia cadevano forte e mi colpivano sul viso. Non vedevo molto bene, e in più c'era poca luce.
Entrai nel panico, perchè se le mie amiche non mi avrebbero aspettata dovevo aspettare il prossimo bus e tornare a casa da sola. La mia faccia aveva un'espressione spaventata. Continuavo a guardare quel semaforo appena diventato rosso.
Allora un autista, che probabilmente aveva assistito alla scena, mi fece cenno di passare con un sorriso. Io ricambiai il sorriso e gesticolai un grazie, e corsi via, inseguendo le mie amiche.
Rimasi molto colpita da quella scena, e ogni volta che ci ripenso sorrido.
Altro che in Italia. Qui tutti corrono come matti e non ti fanno passare neanche se ti butti sulle strisce. Anzi ti prendono sotto.
Ma mentre ero persa in tutti quei ricordi, una macchina grigia si fermo, e lasciò passare la vecchietta.
'Qualcuno con un po' di buon senso' e mi girai a provare a richiamare al bar.
Sentii un finestrino abbassarsi e una voce molto famigliare dietro a me parlarmi:
-Va tutto bene?
Mi si ghiacciarono le vene. Non era possibile. Mi girai improvvisamente per controllare.
Un tipo alto più di me, beh non ci voleva molto, biondino, fisico da paura, con addosso una maglietta della Fred Perry, e un paio di jeans che gli arrivavano ai ginocchi. Indossava i Ray-Ban a goccia. Li
adoravo quegli occhiali.
-Ciao..- non riuscii a formulare una farase perchè mi si spezzo ma voce.
-Qual'è il problema?- quella voce così profonda e armoniosa.. Mi faceva girare la testa.
-Non c'è nessun problema, infatti stavo per ripartire- tagliai corto.
-A me sembra proprio l'incontrario. Sei senza benzina?
-No.. cioè si, ma ho chiamato una mia amica e sta arrivando lei.
Iniziavo ad essere nervosa. Ma lui non mollava.
-Si certo, dai sali in macchina, ti accompagno io al bar.
E così mi aprì la portiera e fece il giro per risalire dalla parte del conducente.
-Grazie, ma sta proprio arrivando.
Come sapeva che lavoravo al bar? Ah certo l'ho detto a suo fratello. Che scema!
-Dai non farti pregare, sali- disse sorridendomi.
Adoravo quel sorriso.
Presi la borsa, e salii in macchina.
-Il motorino lo passo a prendere dopo, te lo riporto a casa io, non preoccuparti- disse mentre spingeva il piede sull'accelleratore.
-Grazie..- risposi arrossendo.
Sapeva che aveva preso da poco la patente, però guidava benissimo. Mi sentivo al sicuro con lui.
-Allora come stai? E' da un po' che non ci si sente.. Dopo la cena sei sparita..- mi disse tenendo lo sguardo fisso sulla strada.
'Io sparita? Ma se era lui che non si faceva mai sentire!'
-Sto bene. Beh.. Ho avuto da fare- mentii guardando il telefono.
Cadde un silenzio. Solo la radio parlava. Partii una canzone di cui riconoscevo a chi apparteneva la tonalità di voce. Ai miei adorati Oasis.
Una mano alzò il volume della radio, in modo di sentirla bene. Era la sua mano. 'Perchè alza il volume se nemmeno gli piacciono?!'. Ero sbalordita.
-Sono gli Oasis, vero?- mi chiese sorridendo.
-Si!- dissi tutta eccitata. Mi metteva sempre di buon umore sentire una loro canzone alla radio o alla televisione. Ma lui che ne sapeva? La curiosità era tanta, allora glielo chiesi.
-Ma... Com'è che lo sai?
Attesi impaziente una risposta.
-Li ascolto da un paio di settimane- mi rispose sempre sorridendo.
Rimasi ancora di più sbalordita. Lui... Non era il suo genere. A lui piaceva la musica di discoteca. Musica techno, house. Non rock o brit pop.
'Che stà succedendo al mondo?' pensai mentre posai il mio sguardo su una tartarughina appesa allo specchietto. Che buffa.
Ancora silenzio. Imbarazzante.
L'auto sfrecciava tra il traffico. Lui aveva sempre lo sguardo fisso sulla strada. Era concentratissimo.
-Cosa fai stasera?- mi chiese abbassando la musica, poichè la canzone era finita.
-Non lo so... Non è che abbia gran voglia di uscire. Linda mi ha chiesto se volevo accompagnarla alla festa in discoteca. Ma non mi va molto.- dissi assumendo un'espressione da bambina viziata. Bleah.
-Ti accompagno io se vuoi. Chiedi anche a Linda. Io ci vado con un amico. In teoria andiamo a festeggiare in compleanno di Nicola.
Conoscevo Nicola. Era il suo migliore amico. E frequentava la mia stessa scuola. E stesso gruppo teatrale.
-Perchè in teoria?- chiesi senza pensarci su due volte. Poi mi morsi un labbro per la domanda idiota che avevo appena fatto.
-Beh perchè sai com'è fatto Nicola. Quandi andiamo la si ubriaca. E poi si mette a fare il cretino con le ragazze a cui offre da beve. E poi la storia va a finire allo stesso modo. C'è Samantha, con le sue amiche. Sappiamo tutti che lui è ancora innamorato di lei, e sappiamo tutte che lei è gelosa se lui si avvicina alle altre. E così litigano. Vuoi sapere come finisce la serata?
-Si-. Si ero molto curiosa. Mi stava parlando della sua vita. O per lo meno, di quella dei suoi amici, ma lui ne faceva parte ugualmente.
-Rimane a dormire da me, o io da lui, e li passo il resto della notte ad ascoltarlo mentre dice quanto è stupida, quando è oca con le sue amiche, quanto è cattiva a farlo soffrire così, e alla fine si addormenta dicendo quanto era bella con quel vestitino.
-Ah..- non dissi altro. Il viaggio dall'altra parte della cittadina, al bar di mia zia, finì in silenzio. Lui non disse nient'altro, ne io mi azzardai a chiedere come stavano i suoi, o cosa ci stava facendo in giro.
Arrivati al bar, scegli ringraziando. Volevo andarmente prima che mi chiedesse se ci andavo stasera. Quando stavo per chiudere la portiera, mi fermò.
-Allora vieni?- chiese. Sembrava impaziente della risposta.
Rimasi qualche minuto in silenzio a guardare la mia mano sulla portiera grigia.
-Si.. Credo di si..- risposi con poca eccitazione per quello che mi aveva chiesto. Ma dentro di me ero al settimo cielo, solo che non volevo mostrarglielo.
-Meraviglioso, ti passo a prendere alle 10. D'accordo?
-D'accordo...
-Ciao, buon lavoro- e chiusi la porta in faccia a quella persona che mi stava sorridendo.
-Grazie mille, Fabio.
E così lui ripartì, piano, e io mi girai entrando nel bar.
Ommio dio. Mi ha invitata ad uscire.
'Wiiiiiiii!' e con un sorriso a 32 denti andai dietro il bancone mettendomi la targhetta e in grembiule. 'Una cosa buona è successa, finalmente!' e felice per quel fatto iniziai il turno. Mia zia non mi aveva chiesto niente, mi aveva solo sorriso. Aveva capito tutto senza chiedermelo.